Giancarlo Staffoni. Il pittore che rimase fuori dalle mostre

Giancarlo Staffoni. Il pittore che rimase fuori dalle mostre

a cura di
redazione
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La storia di Giancarlo Staffoni ci arriva attraverso una mail. A scriverci sono i figli, Cristiano e Gianluca. Raccontano di un padre pittore, morto nel 2024, che in ottant’anni di vita non aveva mai esposto un quadro e aveva lasciato più di cento dipinti e moltissimi disegni. 

Il caso di Staffoni è singolare: rimase volontariamente ai margini di quel sistema di esposizioni, cataloghi e recensioni attraverso il quale un artista entra nella storia pubblica dell’arte. Eppure, a quel mondo non era affatto estraneo. Nato a Travagliato nel 1943, figlio di un mugnaio, lavorò come impiegato. Coltivava un terreno a Sulzano, era un appassionato e tenace alpinista, leggeva molto. Ma soprattutto guardava la pittura. Frequentò gli ambienti artistici bresciani e l’Associazione Artisti Bresciani; conobbe artisti, visitò mostre e gallerie, studiò e discusse d’arte. La sua formazione passò dallo studio di Claudio Botta alla bottega di Tita Mozzoni, dove perfezionò le tecniche del disegno e della pittura. La sua riservatezza, dunque, si accompagnava alla partecipazione alla vita culturale della città. Staffoni aveva scelto di tenere separate la pratica della pittura e la sua esposizione pubblica. In famiglia scherzava dicendo che, una volta terminati tutti i quadri, avrebbe fatto la sua mostra direttamente a Boston, nel Massachusetts. Oppure al Guggenheim. Quella mostra rimase una battuta. I quadri, invece, continuarono ad accumularsi.

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Una distruzione e un nuovo inizio

C’è un episodio senza il quale è difficile comprendere ciò che oggi vediamo. Intorno al 1989-1990 Staffoni distrusse quasi interamente la propria produzione precedente. Le testimonianze disponibili consentono di registrare il fatto, ma non di ricostruirne con certezza le motivazioni. Conviene fermarsi qui: attribuire al gesto significati psicologici non documentati significherebbe sostituire una spiegazione suggestiva alla ricostruzione storica. Della produzione precedente a quella cesura sembra essere sopravvissuta una natura morta. Dopo, il linguaggio cambia radicalmente. Staffoni ricomincia. È questo secondo Staffoni, quello degli oltre trent’anni successivi, a costituire il nucleo di opere sul quale oggi è possibile ragionare. 

La prima impressione è cromatica. I colori a olio, usati puri, non mescolati, si dispongono in campiture nette: rossi, gialli, azzurri e verdi delimitati da una struttura lineare che raramente concede qualcosa all’indeterminatezza. Sarebbe però riduttivo definirlo semplicemente “astratto”. La realtà, nei suoi quadri, resiste. Ci sono montagne, paesaggi urbani, monumenti, nature morte, autoritratti. Staffoni sottopone il soggetto a una disciplina geometrica: lo scompone e lo ricostruisce. Una montagna può diventare una successione di triangoli e piani cromatici; una veduta urbana un incastro di rette; un volto una superficie attraversata da linee che ne alterano la percezione, mantenendone una riconoscibilità. È forse questo il punto più interessante della sua pittura: la tensione continua fra ciò che l’occhio riconosce e ciò che la pittura trasforma.

Massimo Tedeschi ha richiamato Balla e, soprattutto, Depero; Luciano Anelli ha proposto una costellazione più vasta, che comprende l’ambiente bresciano di Augusto Ghelfi ed Ermete Lancini, le esperienze del Razionalismo concreto e del Costruttivismo, Roberto Crippa, Gualtiero Nativi e alcune ricerche internazionali del secondo Novecento. Un confronto appare particolarmente interessante: quello con l’ambiente bresciano nel quale Staffoni visse. La scomposizione cromatica di Augusto Ghelfi e la progressiva frantumazione dell’immagine di Ermete Lancini rappresentavano esperienze vicine e concretamente osservabili. Anelli insiste soprattutto su Lancini e sulla trasformazione del paesaggio in campi cromatici giustapposti. Questa vicinanza suggerisce una prospettiva di ricerca: leggere la pittura di Staffoni all’interno di una cultura figurativa bresciana del secondo Novecento capace di confrontarsi, con tempi e modalità proprie, con questioni più ampie. Poi ci sono i disegni. Ed è forse lì che il procedimento si vede meglio. Linee sottilissime si moltiplicano, delimitano, riempiono. La mano costruisce una rete nella quale la forma sembra contemporaneamente nascere ed essere trattenuta. Luciano Anelli ha scritto che in Staffoni «l’emozione viene testardamente imbrigliata» nella trama delle linee.

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Dallo studio alla mostra

Staffoni continuò a dipingere fino agli ultimi anni. Secondo il racconto familiare, durante la malattia tornava sulle opere, modificava campiture, firmava e qualche volta distruggeva. Quando non riuscì più a stare in piedi davanti alla tela, continuò ad inventare immagini in un altro modo: scrivendo racconti “fantastici e grotteschi”. Morì nel 2024. La prima mostra personale arrivò l’anno successivo, nel Complesso di San Cristo a Brescia. Fu in quell’occasione che Luciano Anelli vide le opere e cominciò a studiarle. Ora Staffoni è all’AAB. C’è qualcosa di circolare in questo approdo: l’associazione che aveva frequentato per decenni ospita finalmente i suoi lavori, grazie all’iniziativa dei figli.

La mostra apre una questione che va oltre il riconoscimento postumo: capire quale posto occupi questa pittura nella storia artistica bresciana e italiana della seconda metà del Novecento. Per lo storico dell’arte, il lavoro comincia dai quadri. Nel caso di Staffoni, questa necessità si presenta con particolare evidenza.

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Giancarlo Staffoni. La forza di rette, colori e geometrie
A cura di Luciano Anelli
AAB – Associazione Artisti Bresciani, vicolo delle Stelle 4, Brescia
19 settembre–7 ottobre 2026
Da martedì a domenica, ore 16–19.30. Ingresso gratuito.

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